Come funzionano i nostri figli

diario di un’ adozione dal 2008 al 2015 e... oltre

 

 


Una storia che ti arriva dritta al cuore, piena di coraggio e autoironia. Nulla è taciuto: le parole hanno la forza di un pugno allo stomaco e la dolcezza di una carezza.

Il blog (http://postadozione.bloog.it/) purtroppo non è più attivo: è stato per anni un luogo di confronto e di aiuto per molti genitori in difficoltà. Siamo lieti di poter presentare, grazie alla collaborazione di "mammablog", alcuni post che testimoniano una verve e ironia non comuni.


 

Riassunto delle puntate precedenti

Ed eccoci al riassunto delle puntate precedenti (…) La mamma in questione che sono poi io, 42 anni, una laurea il lingue assolutamente improbabili e ormai dimenticate, lavori sempre in ambiti noiosi ma con colleghi simpatici (l’ho già detto che non si può avere tutto, no?!) un simpatico marito che alla domanda “Ma mi vuoi bene?” risponde”Fatti i cazzi tuoi!”… ma si dai, simpaticamente (non si può avere tutto, no? ….ma come mi ripeto, sono già sulla via dell’arterio….troppo sale, l’avevo detto…)

Comunque insomma, questa sono io, bassina, forma a pera Williams,  cellulite dall’età prescolare, biondina obbligata alla tinta da una canizie precoce, un gran brutto carattere… insomma una tra le tante.

E da tre anni quasi,  mamussa del pequeño.

Il karo, ossia il mio consorte, 44 anni, è un gran bel pezzo di omone, ultimamente si è anche fornito di un grosso air bag sul davanti, che può venire utile soprattutto quando il pequeño decide di usarci come punchinball.

Il karo, così chiamato dagli amici perché proprio caro, è l’uomo con il più grande senso dell’umorismo che conosca e lo ha dimostrato sposandomi. Certo ho dovuto un po’ insistere e passare diversi anni vivendo nel peccato !…. Ma non si può avere tutto, no?

Il karo è da tre anni quasi, papusso del pequeño.

Insieme a noi in questa simpatica avventura un grosso “wurstel peloso”, gatta obesa di nome “MI”, nome derivatole dall’unico suono che è in grado di emettere.  Insomma una grossa gatta nera (con disegnate delle mutande bianche pelose sul sotto-pancia), sempre piena di tarzanelli che assolutamente non si vuole fare togliere, timida all’inverosimile.

Da tre anni quasi, la Mi del pequeño.

Il pequeño: 10 anni di pura inkazzatura con il genere umano, nato nella stessa città di Cordoba (intendo quello dell’Inter, come si chiama? ..Ivan Ramiro..moh!convinto di avere molte cose in comune con Cordoba (sempre quello di prima) ossia un superdotato del pallone come pochi, bello come un sole quando il cielo è di quell’azzurro così forte che quasi non lo puoi guardare,  con una testa paurosamente incasinata da sette anni e mezzo di vita condivisa con dei malati di mente, e non è un eufemismo.

Ora, te lo dicono  in tutti i corsi che fai prima, che potrebbe essere che tuo figlio di riempirà di calci e pugni, che ce l’avrà a lungo con te, che magari ti farà pagare tutto il male che gli hanno fatto, gli altri….

E tu, chissà perché pensi (perché in effetti non c’è proprio nulla che dovrebbe indurti a formulare un pensiero così sciocco..) : “Sì, ma non succederà a me …. “

E invece, (.azz.!), succede, e proprio a te.

Completato il quadretto.

Ora sarà più semplice capire molte cose.

Forse.

Fatica

E’ la parola del mese (ma forse anche prima…)

Vero è che il pequeño fa una fatica bestiale a svegliarsi la mattina, a stare seduto al banco a scuola, a fare lezione di matematica con la ragazza che gli fa ripetizioni (ieri per altro la povera ha abbandonato il campo senza riuscire neanche a fargli aprire il libro…), fatica fatica fatica.

Fatica mia e di papusso  sempre più scarichi, sempre più rassegnati di fronte all’immobilità della situazione ferma, fissa, immota nella sua inadeguatezza, fatica fatica fatica.

Fatica nell’accettare la nostra incapacità, fatica nel rivalutare ogni atteggiamento, ogni stato d’animo, ogni soluzione che fino a ieri pensavi valida e oggi no, fatica fatica fatica.

Fatica nell’andare dalla psico, fatica pure all’idea di non andarci.

Fatica a cercare di cambiare le cose, fatica nel non riuscire più a fartele andare bene così come sono.

Fardello di fatica pesante sulle spalle, un masso enorme troppo pesante da portare soli. Ma il problema anche gli altri si rivelano una fatica, per la continua richiesta di mediare ed attutire i colpi del nostro pequeño, che ultimamente sferra delle stoccate davvero potenti .

Tempo fa ad una conferenza di una nota neuropsichiatra che da anni si occupa di adolescenti adottati, ho tremato di fronte alla constatazione (per altro già arcinota) che il 90% dei fallimenti adottivi si verificano perché le famiglie adottive sono lasciate sole.

Già.

Il pequeño D.O.P (ndr: disturbo oppositivo provocatorio)

Come prima cosa vi dico che non ci ho messo mica poco ad accettare che mio figlio fosse un ragazzo diverso dagli altri, anzi ci ho messo praticamente cinque anni… ora però ho capito, non ho più dubbi.

Mio figlio è una ragazzo disturbato e il suo disturbo sta nel comportamento.

Lo psico lo ha definito “disturbo oppositivo-provocatorio”.
Quel che complica è che – visto con occhio superficiale –  può risultare  nell’ordine: 
cafone, maleducato, arrogante e indisponente. 
poi anche 
illogico, spiazzante, oppositivo a tutti costi e contro ogni logica, astuto nel colpire i punti deboli, a volte aggressivo e violento.
Eccovi il quadro del mio pequeño.
Le conseguenze di questo comportamento deviato sono molteplici: 

·         qualità della vita in comune, scarsissima

·         assenza o quasi di amici

·         relazioni con i professori devastate e/o molto complicate

·         relazioni con i parenti (nonni, zii etc) quasi inesistenti.

E’ che non riesco a spiegare al mondo che lui proprio gli strumenti per agire in modo diverso non li ha. 

E’ come se da domani mi chiedessero di fare una prova di salto con l’asta… senza darmi l’asta.
Già con l’asta avrei delle GROSSE difficoltà perché mai nessuno mi ha insegnato come si salta con l’asta, ma anche se mi decidessi a provare, non saprei come fare perché l’asta  IO NON CE L’HO.

Troppe volte ho visto persone adulte irrigidirsi su posizioni di gioco di forza per “dimostrare” al pequeño “chi è che comanda” e “come si fa a stare al mondo”.  

Le stesse persone - di fronte all’insuccesso della tecnica muro-contro-muro – le ho viste girare i tacchi e cambiare aria in fretta.

Fornire l’asta o in alternativa provare ad abbassare l’asta da saltare, spiegando ogni volta cosa e perché lo si sta facendo, per molti – troppi – adulti è segno di debolezza, sintomo del cedere al ricatto di un ragazzino.

In realtà significa dare una mano a chi ha dovuto imparare a camminare, correre, mangiare, parlare, vivere – nei periodi migliorida solo -in quelli peggiori assistito da adulti inadeguati e malati di mente. (non trovo altra definizione per certi comportamenti).

Significa aiutare un ragazzo disturbato a trovare gli strumenti per mitigare il suo problema e magari, spero per lui, un giorno risolverlo.

Somiglianze

Ti osservo ogni giorno nei tuoi cambiamenti, piccolo grande pequeño.

Ti scruto in ogni dettaglio: quei due piedi così grandi (44 a 14 anni…) che non fanno altro che crescere ancora e ancora.

Quegli occhi verdi e marroni che continuano a cambiare colore e mi confondono e mi fanno strano.

Quella moquette di capelli folta sulla testa che vorresti tanto agitare e vedere muovere, invece è fissa e immobile,  a prescindere dalla sua lunghezza.

Quelle giornate come quella di ieri, rare (ma un tempo pensavo impossibili!) nelle quali sei tranquillo e sereno: studi ad alta voce, mi parli, mi sorridi con dolcezza, con gli occhi che ridono, senza pensieri.

Io qui – circondata da persone che si cercano nei figli e osservano compiaciuti i tratti della somiglianza – mi interrogo sull’origine dei tuoi lineamenti, dei tuoi piedi così lunghi, del tuo corpo slanciato e dei tuoi occhi verdi  e resto con le mani abbandonate in grembo, senza risposte.

Senza risposte e con un figlio che mi incanta.

:)
Rabbia

Non so proprio davvero che dirti.

Soccombo davanti alla tua rabbia cieca,

alla tua voglia di lite furibonda,

davanti alla tuo desiderio quasi fisico di umiliarmi

e farmi sentire incapace di crescerti, educarti,

insegnarti il rispetto, per me così importante

e alla base di ogni relazione.

Tu stai lì con il coltello tra le mani, cercando pretesti,

perché grazie a Dio, motivi di infelicità per ora nelle nostre vite non ce ne sono.

Tu stai lì e ti rigiri il coltello tra mani aspettando

-come una fiera imbestialita -

il momento di affondarlo.

Su chi ti vuole bene.

Gli altri non ti interessano. A loro sorridi beato.

Che disastro.

Ancora la rabbia

Quella rabbia che proprio non accenna a diminuire

che ti porta ad aggredire,

spingere,

strattonare

per motivi che noi riteniamo futili

e che a te devono invece apparire come gravissime offese al tuo fragile equilibrio.

Chissà se finirà mai la tua rabbia

che quando eri piccolo era la rabbia dei fatti recenti,

ora che sei adolescente è la rabbia della ribellione, del distacco e della ricerca di sé e delle origini

e domani, mi chiedo, sarà ancora lì con altri motivi o con un altro nome.

Mi ferisce pensare che tutti i dottori, gli specialisti, i luminari

gli amici tuoi e nostri,

i parenti vicini e lontani,

tutti

hanno gettato la spugna -

mentre tu, con fatica e disagio, ancora lotti

bambino in un corpo di uomo -

contro questo fantasma spaventoso e potente.

Il peggio e i tulipani

Capire che tuo figlio riesce a tirar fuori da te il peggio, ma davvero tutto il peggio che tu possa dare è qualcosa di spiazzante e triste.

Ci provo, ogni giorno, ogni minuto, ogni secondo a cercare nelle pieghe più nascoste di me stessa le cose buone, belle che servono a lui, ma anche a me – per metterle su un vassoio di parole e dargliele – leggere – perché possa servirsene per star meglio e affrontare le cose con serenità. 

Ma mentre cerco il bello, trovo il brutto, il meschino, il gretto che mi disgusta e mi fa paura.

E sento fallire il mio progetto di vita.

Non riesce a consolarmi il fatto che intorno a me nessuno sembri farci caso, ormai nemmeno lui che ci dà solo il peggio e riceve da noi solo il peggio, in un circolo vizioso di brutture ed incapacità, di terapie senza alcun risultato se non quello di lasciarci senza soldi. 

Sento la fatica, grande, ho l’impressione che mi voglia schiacciare. Sollevo le braccia, la fermo tenendola in alto con entrambe le mani, paonazza per lo sforzo.

Spero nella primavera, che tra poco arriverà.

Spero in una rinascita del cuore, del cervello, dell’energia.

Nuova vita di cui ho un grande, grandissimo bisogno – per ritemprarmi e rinnovare le risorse.

Domani pianterò i tulipani. 

Le regole non scritte dell' adolescenza

 

Gli adolescenti hanno regole non scritte che occorre rispettare se si vuole sopravvivere  ed aver una vita un minimo serena.

Soprattutto se l’adolescente è adottivo.

Allora, in quel caso, è fondamentale rispettare alla lettera tali regole, rischio  - oltre al consueto perpetuo  surfare sul vaffanc***o –  spintoni e altre amenità che molti genitori di adattivi sperimentano quotidianamente.

Una delle regole formulate dall’ex pequeño (scusate ma da quando è andato oltre l’1 e 80 non me la sento più di chiamarlo pequeño) proprio in questi giorni è la seguente:

“Se si vuole bene a qualcuno per davvero, è severamente vietato rivolgergli la parola la mattina quando si è appena svegliato”

Appendice alla suddetta regola: lo stesso vale in caso di sonno pomeridiano o serale.

Shhhht!

 

Voglia di normalità

 

Vorrei svegliarmi una mattina, sorridere  e vedere che anche tu ti svegli e sorridi.

E poi trascini i piedi a far colazione e non ti arrabbi perché la bottiglia del latte è nuova /quasi vuota / fredda /calda / latte intero / parzialmente scremato/scremato/ fresco/microfiltrato/Uht  etc.

E poi non ti arrabbi perché sto lì con te a fare colazione/non sto lì con te  fare colazione, perché ti parlo/non ti parlo, perché ti guardo/non ti guardo, perché esisto e basta.

E poi magari ci sediamo lì sul terrazzino tra le piante odorose a scherzare su qualcosa, qualsiasi cosa, anche il tempo e tu stai bene e non fraintendi ogni parola, pensando che io ti stia rimproverando per qualcosa.

E ridi sereno.

E io anche.

E stiamo bene.

Succederà prima o poi, anche se è molto che aspetto e ancora non è successo, so che succederà.

Non perché il bene vince tutto, quelle sono palle, non è vero.

Ma perché tu hai tante risorse e la voglia di star bene prima o poi manderà tutto il resto a farsi fottere.

 

Le regard des autres

 

Ciò che è più complesso da gestire di fronte ai problemi di comportamento del mio pequeño, è lo sguardo degli altri.

E non parlo di quello di genitori, vicini, sedicenti amici, no, no. A quello ormai ho già fatto una rassegnata abitudine.

Parlo dello sguardo di certi medici, sì sì, gli specialisti!

Siete stupiti? Lo sono anche io, soprattutto dopo l’incontro con un nuovo neuropsichiatra privato al quale abbiamo chiesto aiuto perché ci sentivamo “poco accompagnati” dal servizio pubblico ed avevamo paura di sbagliare.

La sensazione principale dell’incontro con questo medico è stato il disagio. Data la costanza della sensazione per tutto l’incontro, credo a questo punto fosse un disagio voluto (come non bastassero le messe alla prove costanti e faticose del pequeño… e mi vien da dire: ma otto anni di messa alla prova non sono abbastanza? Guardate che se va avanti così ci possiamo presentare al guinness dei primati!… Macché, niente da fare! Ci tocca!)

Cosa pensi dottore, che fossimo venuti da te per chiederti la pastiglietta magica per fare guarire il nostro pequeño? Pensi che davvero siamo così ingenui e sprovveduti da non capire che la mente è un universo complesso dove  i fil sui quali camminano in precario equilibrio  pensieri ed emozioni, possono rompersi anche solo per uno sguardo o un respiro e non c’è farmaco che tenga botta?

Se lo sguardo di chi ti dovrebbe accompagnare nei tuoi equilibrismi di genitore con un figlio ricolmo di problemi di comportamento come un tacchino per il ringraziamento,  se quello sguardo invece di soffiarti in alto per alleggerire il tuo cammino stentato diventa invece uno sguardo severo, giudicante ed aggressivo che ti affossa e ti fa scivolare ogni passo giù dal filo…  allora proprio no, non ci siamo.

Caro luminare – sappi che se ci poni le tue domande con fare minaccioso ed indagatorio che ti manca solo l’uniforme delle Schutzstaffel, se ci  fissi con aria di sfida senza mai abbassare lo sguardo per un’ora di fila come in quel gioco che si faceva da bambini, se mi chiedi 150 € per dare al mio pequeño lo stesso farmaco che prende già (però di più!), se da tre giorni popoli i miei incubi notturni con la tua ingombrante presenza  carica di ansia….. beh ça va sans dire che non ti  affiderò  il mio pequeño, no, no.

E smetti per favore di fissarmi.

Grazie

Non avrei mai pensato

 

Non avrei mai, MAI pensato che il destino mi riservasse un cammino così complicato.

Tutti mi ripetono che ciascuno ha i propri problemi, disordini, complessità, casini ma.

MA.

Sono certa che in alcuni casi il MA ci sta.

E pure maiuscolo.

Ho comunque una certezza.

Che prima o poi avrò guadagnato mio figlio al mondo.