Figlie fuori controllo

 

Abbiamo deciso di proporre le testimonianze di due genitori, un papà e una mamma, confrontati con “una vera e propria rivolta senza quartiere e senza controllo” di due figlie di sedici e di diciannove anni. La prima testimonianza è ripresa dal blog ilpostadozione (http://ilpostadozione.wordpress.com/2012/10/03/storia-familiare-papa-maurizio-con-un-adolescente-e-meglio-prevenire-il-conflitto/), la seconda è di una nostra socia. Segue un nostro commento.

 


Con un adolescente è meglio prevenire il conflitto

“Abbiamo adottato nostra figlia, che ora ha 19 anni, nel 2003. Una (brutta) sera di due anni e mezzo fa ci chiede di andare in discoteca e rientrare tardi. E’ domenica sera e la prospettiva che il giorno dopo vada a scuola con pochissime ore di sonno o addirittura salti le lezioni, non ci piace. Ma propongo io a mia moglie di darle fiducia e lasciarla andare. Risultato? Un amico suo ci telefona che sta male e che dobbiamo andarla a prendere. Non so ancora se è stato colpa dell’aver bevuto troppo (fatto che non si è più ripetuto) o di un colpo di freddo. Il risultato comunque non cambia: la ragazza puntuale con cui si poteva comunicare, pur con conflitti e dissidi, si trasforma e fa quello che vuole lei.

Saltano tutte le regole. Non risponde alle telefonate. Non risponde ai messaggi. Se ne infischia dei richiami e delle punizioni. E’ una vera e propria rivolta, senza quartiere e senza controllo. Con il senno di poi ho capito che molto hanno influito le amicizie negative, le quali unendosi al desiderio mal gestito di indipendenza e di affrancamento dai genitori, producono una miscela esplosiva.

Si arriva allo scontro fisico, che peraltro sconsiglio vivamente. Alle litigate furibonde, dove mi abbandono ad attacchi verbali nei suoi confronti che oggi non ripeterei, ma che mi sono strappati a viva forza dal suo comportamento. Non sai, in quei casi, a che santo votarti: se sei accondiscendente, allora temi che ogni insegnamento sulle regole vada a quel paese; se sei troppo duro, non hai una risposta come vorresti sul piano del comportamento e inquini il rapporto, rischiando di rovinarlo in modo irrimediabile. Il dialogo? Interessante soluzione, ma spesso non approda a nulla e comunque viene minato dal sentirti preso in giro, dalla provocazione. Le punizioni? Vanno bene, ma attenzione a non esagerare che altrimenti diventano inefficaci e ti si ritorcono contro.

Ora quel tempo sembra passato e nostra figlia almeno rispetta gli orari e mantiene un comportamento corretto. Su alcune questioni – impegno nello studio e un minimo di ordine e pulizia in camera – vi sono lacune profonde da colmare, ma il clima è più sereno.

Quali insegnamento ho tratto da questa esperienza, come padre? Ecco quanto mi sento di elencare:

 - Da evitare, specie se non hai il “fisico adatto”, gli scontri fisici e le parole pesanti che pure ti strappano dal cuore. Rovinano il rapporto e non servono nulla, se non a far credere il figlio o la figlia ribelle di essere nel giusto. Meglio una punizione che non ferisce e non umilia, ma brucia: non posso dire quale punizione, va scelta sulla base del rapporto e della situazione e del figlio. Di sicuro, non ha senso esagerare nella durezza della punizione, perché l’escalation del conflitto non porta da nessuna parte.

 - E’ giusto seminare: con l’esempio (anche nella compostezza con cui si litiga e si tenta di imporre un minimo di autorità); con la parola; aprendo gli occhi al proprio figlio o figlia sulle sue cattive frequentazioni. Non si avrà subito ragione, ma si semina e si danno a un figlio gli strumenti per capire e rendersi conto – anche se non ce lo dirà mai – che il papà o la mamma avevano ragione su un certo punto o su un certo amico. Io ho dato ragione ai miei genitori, dentro di me, anni dopo le loro parole. Ricordiamoci quindi che noi prepariamo i nostri figli alla vita e che non possiamo sperare (non ha senso farlo, anche se sarebbe bello) di vedere i risultati in tempi ragionevoli. Il nostro obiettivo è che diventino adulti consapevoli, e possiamo essere certi che le nostre parole non saranno sprecate: un giorno torneranno loro utili.

 - E’ buona regola prevenire il conflitto, anziché doverlo curare quando è all’ennesima potenza. Per questo bisogna cogliere per tempo i segnali, e comunque accettare il fatto che la “rivolta” contro di noi è comunque un passaggio sano verso l’autonomia. Quello che va evitato è che un figlio o una figlia si compromettano con gli altri (o, peggio, violino la legge), col rischio di pagare prezzi altissimi per gli anni a venire.”


La scrittura come terapia

“La testimonianza di Maurizio ha richiamato alla mia mente le forti emozioni provate alcuni anni fa, quando nostra figlia è scappata di casa. Da allora, dopo mesi di totale smarrimento, ho trovato nella scrittura un valido aiuto che mi ha permesso di sedimentare le emozioni e trovare un nuovo equilibrio. La mia speranza è quella di dimostrare  ai miei figli che c’è sempre una via d’uscita dalla sofferenza: se il carico da novanta che mi era piombato addosso non era riuscito ad annientarmi, anche loro avrebbero trovato la forza per reggere e reagire alla disperazione, magari con altri strumenti (disegno, musica, bricolage, sport…). Se sei felice non scappi certo di casa! Ecco un piccolo stralcio delle mie riflessioni di allora; forse possono essere di conforto ad altre mamme e papà in difficoltà.

I miei figli hanno sempre dimostrato una grande capacità di ascolto e sostegno nei confronti dei compagni in difficoltà, caratteristica che abbiamo sempre lodato e rafforzato senza pensare che questo avrebbe potuto renderli più vulnerabili durante l’adolescenza. Nel caso dei miei figli, la convinzione di essere stati in grado di superare indenni tutti i rischi di un’infanzia sulla strada, li ha convinti di essere vaccinati e di non poter correre alcun rischio esponendosi ad esperienze-limite.

Camminare nel cuore della notte su una strada ad alta percorrenza, da sola, era per mia figlia un’esperienza eccitante. - Se qualcuno mi abborda, so come difendermi!-. Inutile ricordarle che, pesando poco più di 40 chili e con i tacchi ai piedi, non sarebbe certo riuscita a sfuggire ad un’ eventuale aggressione. Una bella scarica di adrenalina, forse, le dava l’ illusione di sentirsi viva, di riprendersi in mano la vita, di credersi onnipotente. Se fino alla maggiore età era riuscita a tenere a bada, almeno così ci sembrava, i fantasmi della prima infanzia, a contenere l’ aggressività, a frenare le proprie pulsioni autodistruttive, all’ improvviso questo finto equilibrio si é rotto: un rimprovero per un ennesima bigiata da scuola ha innescato la miccia, facendo esplodere tutto il sommerso.

 - Sono maggiorenne, non puoi più dirmi quello che devo fare -.  

Il nostro tempo è scaduto. D’ora in poi tutto diventerà più difficile. Lo è per tutti i genitori, per noi genitori adottivi forse un po’ di più, perché capita sovente di dover fare i conti con una crisi adolescenziale tardiva, che il raggiungimento della maggiore età rende ancora più problematica. Mia figlia ha scelto una forma di jumping estremo: buttarsi senza corda. Stordirsi per sentirsi grande, forte e finalmente libera da ogni legame, soprattutto da quel passato che continua a fare male. Gridando - Chi se ne frega! - si è sentita (o meglio si è illusa di essere) finalmente padrona di se stessa.

Col tempo l’adesione a questo nuovo stile di vita si é radicalizzato: dodici anni di vita in comune sembrano non lasciare alcuna traccia; i quasi due anni passati fuori casa, salvo brevi parentesi, segnano il ritorno alla vita delle origini, in cui c’è spazio sono per i bisogni primari legati all’istinto di sopravvivenza.

- Non ho bisogno di nessuno, non sono pazza, lasciami dormire: cosa mi alzo a fare? Almeno così non faccio guai –. L’ammissione dei propri errori non ha mai portato ad alcun cambiamento; spesso è servito come espediente per riallacciare i rapporti con la famiglia, per poi interromperli di nuovo, dopo aver ottenuto qualche vantaggio immediato (di solito soldi o un cambio di vestiti).

- Non ti voglio ascoltare. Tu non sei mia madre. La mia vera madre è quella di pelle!-. È una frase pronunciata in un momento d’ esasperazione, quando si è fuori di testa. Quando si minaccia di uscire di casa immediatamente e lo si fa in vestaglia e pantofole.

Per nostra figlia uscire di casa ha significato riprendere lo stile di vita della prima infanzia: non avere doveri, vivere alla giornata, elemosinare soldi e affetto, cercare protezione nei comportamenti da smargiasso dei nuovi compagni. La ritrosia dimostrata durante l’ infanzia nei confronti dell’altro sesso si era trasformata in provocazione verbale e fisica.

Ecco, allora, che noi genitori ci siamo trovati costretti ad elaborare delle strategie di difesa. Con grande fatica io ho imparato ad essere più decisa e meno vulnerabile e soprattutto ad evitare di commettere il grave errore di attribuire ai suoi gesti e alle sue parole un significato altro, quello che io volevo leggervi per sentirmi amata e tranquillizzata: se riusciamo a passare serenamente un pomeriggio insieme, pensavo, vuol dire che possiamo ricucire il nostro rapporto e la prossima volta andrà meglio; se mi chiede di andarla a prendere vuol dire che ha deciso di ritornare a casa. Com’ è possibile, mi chiedevo, che non abbia sensi di colpa? Come può reggere per così tanto tempo senza sentire la nostra mancanza? Ma sono io che non avrei saputo reggere a tanto, che non avrei potuto sopportare il rimorso per aver abbandonato i miei genitori. Io, con la mia storia, il mio vissuto, non lei! Non si tratta d’essere buoni o cattivi. È fuorviante pensare di spiegare i comportamenti altrui utilizzando i propri schemi mentali, le proprie regole morali, si finisce per travisare la realtà e darne una versione contraffatta…"


Continuiamo a volerti bene (Il nostro commento)

Ecco allora il problema: noi genitori abbiamo gli strumenti per rielaborare il dolore e reagire. Ma i nostri figli più feriti come possono farcela? L’ impressione che danno è di essere completamente in balia dei loro fantasmi e totalmente esposti al rischio di essere manipolati dagli amici (quasi sempre persone appena conosciute) a cui aprono, senza alcuna cautela, il loro cuore. Spesso la scelta del partner ricade su persone altrettanto devastate o su abili approfittatori.

A questo punto pensiamo sia utile stabilire un limite alla nostra sopportazione: - Fino a qua siamo disposti a sostenerti ed aiutarti, più in là (se intendi violare la legge), no: se superi questo limite, te la dovrai cavare da solo/a senza il nostro aiuto. Noi continuiamo a volerti bene ma non accettiamo quello che stai facendo -. La comunicazione viene sospesa, cade la linea, ma il contatto potrà sempre essere ripristinato: a volte sono sufficienti pochi giorni, in altri casi occorrono mesi, forse anni. Pensiamo che l’importante sia respingere l’idea (sempre, anche quando il mondo sembra caderci sulla testa) di chiudere definitivamente la comunicazione. Spesso i nostri figli vogliono solo sottoporci ad un test di resistenza (“vediamo fino a dove posso arrivare”), in altri casi, invece, l’incapacità di porre un freno alle loro emozioni più violente li porta a rinnegare il nuovo legame di appartenenza, che vivono come un’insopportabile costrizione.

Pensiamo che molti dei nostri figli non siano in grado (non certo per colpa loro!) di sentirsi rassicurati dalla nostra presenza. Spesso, ammettiamolo, non riusciamo a trasmettere loro sicurezza, fiducia, comprensione, non perché non ne siamo capaci ma perché quello che noi facciamo e diciamo viene interpretato secondo delle logiche che spesso ci sfuggono: conosciamo le cause di queste difficoltà ma non siamo in grado di neutralizzare questi automatismi. Cerchiamo di elaborare delle strategie per aiutarli a creare dei nuovi schemi di lettura della realtà, il fatto è che andiamo avanti per tentativi: a volte sembrano funzionare altre volte no. Quando la comunicazione passa, noi ritorniamo a sperare, a credere in un cambiamento; non per altro sono i momenti belli, quelli in cui ci sentiamo amati.

Certo capita spesso di illuderci, di credere che i nostri figli condividano le nostre emozioni, sentimenti, valori ed è decisamente penoso accorgerci che, molto spesso, si tratta di un’adesione formale:  “ti faccio contenta, così non ti deludo”. L’importante è non perdere mai la speranza, anche se questo ci espone a numerose situazioni di forte stress, perché i figli più in difficoltà, periodicamente, riallacciano il rapporto, anche al solo scopo di scaricare su di noi un po’ della loro sofferenza, legata anche alla loro incapacità di prendere in mano la loro vita. Spesso i nostri figli più feriti si accontentano di sopravvivere, senza riuscire a trovare il coraggio di vivere, convinti, forse, di non meritarselo, come se il loro destino fosse già scritto.

Quello che più ci manca è un dialogo vero, profondo. Vorremmo essere al loro fianco, soprattutto quando li vediamo fragili sotto la corazza lucente, in balia dei loro fantasmi e spaventati dall’amore, dalla tenerezza, dalla fiducia e dalla gioia.