Incomincia da qui e se ti riconosci…fai girare!

 

 

Da tempo pensavamo di preparare un “documento” con le nostre riflessioni. Un testo semplice, coinciso ed efficace, in grado di far capire agli adulti l’ universo dei ragazzi “feriti dentro” e l’ importanza di “tradurre” i loro linguaggi e comportamenti.

 

Nel giugno del 2011 abbiamo stilato un Decalogo per il nostro blog. Lo riproponiamo seguito dalla nostra traduzione della conferenza (resoconto) di Johanne Lemieux , Attacamento e adolescenza, tenutasi a Losanna, nell’aprile del 2012. Ci sembrano due buoni punti di partenza per riflettere insieme e coinvolgere genitori, insegnanti, medici, terapeuti, operatori sociali, tutori, giudici e non solo.

 

Come genitori adottivi abbiamo tutti vissuto l’angoscia di non sapere perché i nostri figli avevano reazioni emotive così devastanti e di non riuscire ad essere loro di aiuto. Il mondo « esterno » (dalla scuola agli assistenti sociali, dagli psicologi ai medici) sembrava poco interessato, quasi incredulo, diffidente nei nostri confronti al punto da considerarci dei “fissati con l’adozione”.

Chi non capisce non può aiutare.  Peggio: troppo spesso ci sono state snocciolate ricette del tutto inefficaci, se non addirittura dannose, basate sulle false credenze,  sulle tante favole che ancora circolano sul mondo adottivo.

 

Oggi non è più ammessa l’ignoranza e noi genitori, per primi, abbiamo il dovere di informarci, di leggere (non a caso i libri più utili e stimolanti sono scritti da madri adottive con competenze in campo medico, psicologico, sociologico ed educativo), di sapere, di confrontarci  e di far circolare queste conoscenze perché diventino il patrimonio di tutti. Il nostro invito è quello di aiutarci ad aiutare i nostri figli: prima bambini, poi adolescenti e ora adulti.

 

 

Decalogo 

http://spazioadozioneticino.blogspot.it/2011_06_01_archive.html

 

 

1. L’adozione dura tutta la vita e cambia la vita. È un diritto conoscere, da subito, i problemi e le incognite che si dovranno affrontare. Prima di presentare la domanda di idoneità all’adozione è utile prendere contatto con le associazioni delle famiglie che da anni sono impegnate in questo progetto.

 

2. I problemi dei genitori adottivi sono diversi da quelli degli altri genitori. I figli adottivi sono figli traumatizzati dalla perdita della mamma biologica. Relazionarsi con il trauma non è facile e occorrono delle competenze specifiche.

 

3. La preparazione offerta alle coppie che chiedono di adottare è inadeguata e legata ad un’idea superata dell’adozione, che considera l’amore l’unica medicina in grado di risolvere tutti i problemi. L’amore è fondamentale ma non è sufficiente.

 

4. Per sostenere ed educare un figlio adottivo è indispensabile un buon gioco di squadra all’interno della famiglia e al suo esterno (rapporti con gli altri genitori, con gli educatori, con gli operatori sociali, ecc…)

 

5. Occorre formare gli operatori sociali, garantendo loro una qualifica specifica in adozione. Questo perché se l’intervento è specialistico e tempestivo si evita il rischio di una cronicizzazione del disagio, con tutte le conseguenze del caso.

 

6. La scuola rappresenta la prima prova del fuoco. É sbagliato pensare che con la sola buona volontà i nostri figli risolveranno tutti i problemi. L’esposizione prolungata a forti stress può aver compromesso le facoltà legate all’apprendimento e alla memoria. I genitori non devono crearsi aspettative eccessive.

 

7. L’ adolescenza, che coincide con la perdita dell’ infanzia, è particolarmente devastante, soprattutto quando il legame con la famiglia non è ancora saldo. La ricerca della propria identità risveglia nei ragazzi i legami con la storia pregressa e il carico di ansia e di solitudine può rivelarsi insopportabile.

 

8. Le famiglie in difficoltà non devono essere lasciate sole. Una terapia mirata, che coinvolga tutti i membri della famiglia, evita di far ricadere sui figli la responsabilità della crisi.

 

9. Mettere ad un ragazzo l’etichetta di “personalità limite” o “borderline” equivale a rovinargli la vita. I ragazzi vanno aiutati nella ricerca e scoperta delle loro potenzialità e dei loro talenti.

 

10. Per i figli adottivi che non riescono a risolvere all’interno della famiglia i loro problemi, si aprono le porte del foyer, dell’ ospedale psichiatrico o del carcere e divengono casi sociali, il cui recupero è ancora più problematico.

 
 

 

 

Attaccamento e adolescenza

Resoconto della conferenza di Johanne Lemieux, Losanna, CHUV, 19 aprile 2012 di Elisabeth Fierz[1]

http://www.adopte.ch/francais/divers/Johanne_Lemieux_2012-04-19.pd

 

 

La normalità adottiva:

 

I figli adottivi non rientrano nella stessa categoria dei figli biologici = categoria “modello base”; nemmeno fanno parte di una categoria “anormale patologica”. Si situano nella categoria “modello base + opzioni supplementari” con bisogni specifici e necessitano di una “manutenzione” più sofisticata.

 

Tutti i ragazzi hanno delle particolarità. Ma solo il 10% dei figli biologici ha bisogni sofisticati, contro il 100% dei figli adottivi (= “normalità adottiva”). Con buoni strumenti (“savoir-faire” e anche saper essere) il 70% dei figli adottivi, una volta adulti, potranno attenuare questi bisogni speciali, senza però eliminarli completamente perché fanno parte di loro.

 

La normalità adottiva è poco conosciuta, anche dagli stessi adottati. E’ importante comprenderla per meglio darle l’importanza che merita. I genitori non sono obbligati ad ottenere dei risultati, ma sono obbligati a conoscere gli strumenti (dovere d’informarsi, di sapere e di agire di conseguenza). Le conoscenze sulla normalità adottiva sono recenti e non si può più far finta di non sapere: “Non si sa ciò che non si sa; e quando si sa meglio, si fa meglio” (Maya Angelou).

 

Spesso i figli adottivi soffrono altrettanto, se non di più, di ferite di delusione che non di ferite di abbandono: “ho certamente deluso, per essere stato abbandonato!”. E se i genitori adottivi sono delusi, il figlio si ritrova di nuovo in una situazione di scacco: “ho deluso di nuovo”.

 

 

12 punti per comprendere i bambini e gli adolescenti adottati:

 

Sono 12 specificità o parametri che caratterizzano la “normalità adottiva”.

 

1. Incredibile sopravvissuto

Bisogna dire ai figli adottivi che sono degli incredibili sopravvissuti che meritano ammirazione. Il nostro coraggio non è nulla, se confrontato al loro. Infatti il ragazzo non ha fatto un naufragio solo nella sua vita, ma decine (da qui la difficoltà ad avere fiducia negli adulti). E la resilienza[2] non è senza conseguenze.

 

2. “Manutenzione” sofisticata

È impossibile trasformare un ragazzo a “manutenzione sofisticata” in un ragazzo a “manutenzione di modello base”. Occorre individuare, per ognuno, quale “manutenzione” necessita e adeguarvisi (soprattutto al suo arrivo nella famiglia adottiva e in seguito a ogni cambiamento nella sua vita).

 

3. “Abbandonite” acuta

È un “avvelenamento” psichico incosciente, post-traumatico (mancanza di cure, negligenze che lasciano il segno).

L’”abbandonite” scatta in situazioni di rifiuto o di prova, che risvegliano nel ragazzo il sentimento di delusione, di scacco (risvegliano in lui il suo primo esame fallito: l’abbandono).

Questo porta a dei ragazzi “iperperformanti” (essere il primo), se no “non sono niente”.

In adolescenza occorre essere attenti alla prima delusione amorosa nella quale il ragazzo vive il rifiuto. Per lui il dolore del presente si sommerà a quello del passato (bébé abbandonato).

 

4. Sentimenti e emozioni sulle montagne russe

I ragazzi adottati hanno vissuto costantemente emozioni legate alla protezione della propria vita (collera, paura, tristezza, disgusto) e non legate al miglioramento di quella vita (amore, tenerezza, gioia, piacere, curiosità). Questo gli fa scattare una sovraproduzione di emozioni di protezione della vita (sono formattati così). Vivono le loro emozioni intensamente: la rabbia (violenta) è per loro l’emozione più preziosa; nasconde infatti spesso gli altri sentimenti (tristezza, vergogna).

I genitori adottivi devono comunicare: “le tue emozioni non mi fanno paura” e al contempo far riemergere le emozioni che migliorano la vita.

 

5. Attaccamento difficile

Non si tratta di amore, ma di una rete “Wifi” tra il bambino e chi si prende cura di lui. Quando il bébé biologico chiama, riceve una risposta (che lo rassicura). Il messaggio che egli registra è: “sono in grado di influenzare l’ambiente che mi circonda”. È un “Wifi” che da sicurezza: “ do fiducia, fino a prova del contrario”. In questo modo impara a creare legami con gli altri (compagni, ecc.).

Per il bambino adottato, la rete “Wifi” non è protetta, sicura: “non mi fido fino a prova del contrario”.

Il rapporto di fiducia deve essere ricostruito con ogni nuova persona che incontra. Ogni nuova persona di riferimento o autorità è vissuta come un nuovo capitano della nave che occorre testare, mettere alla prova.

 

Un adolescente adottato mette alla prova 4 volte di più di un adolescente “modello base”.

I genitori adottivi non devono prenderla sul personale. Devono mostrarsi saldi, rimanere affidabili capitani della nave (se il capitano non è saldo, si farà aggredire).

 

6. Carente gestione dello stress

È una risposta fisiologica. Gli ormoni da stress sono tossici per un cervello in fase di sviluppo. Ebbene, i ragazzi adottati da piccoli hanno vissuto stress a ripetizione. Sono “marinati” negli ormoni dello stress, come cetrioli nell’aceto! Fanno quindi fatica a calmarsi da soli (problemi ad addormentarsi, ecc.); bisogna insegnarglielo: educazione a ritrovare la calma.

 

7. Sviluppo non comparabile

I ragazzi adottati presentano uno scarto tra la loro età cronologica e la loro età comportamentale (scarto tra due maturità). La dimensione affettiva ed emozionale si è sviluppata molto lentamente. Occorre allora dare al ragazzo ciò di cui ha bisogno in ciascuno dei due ambiti (quindi differenziare).

 

8. Scolarità complessa

La scuola è spesso difficile per: problemi di maturità affettiva, malnutrizioni….

Si calcola che il 20 / 25% dei ragazzi adottati ha problemi scolastici, contro il 10% del “modello base”.

 

9. Autostima fragile

I ragazzi adottati non distinguono tra ciò che sono e ciò che fanno. La stima in loro stessi è fragile (dubitano costantemente di valere qualcosa). Invece di assumersi la responsabilità di un’azione: “ho fatto qualcosa di brutto”, si sentono colpevoli = “io sono cattivo” (= profonda vergogna). Occorre rassicurarli su questo punto: “tu sei super, ma a volte non fai delle buone scelte”.

Contrariamente al figlio biologico (1000 volte urlo — gli altri accorrono; 1000 volte sono carino — gli altri restano con me), il ragazzo adottato fa fatica a pensare di poter influenzare (positivamente) con il suo comportamento le persone che gli sono vicine. La sua preoccupazione più grande è: “io sono la causa del mio abbandono”.

Fa fatica a guardare negli occhi (paura che si veda qualcosa di brutto in lui e che quindi lo si abbandoni o rifiuti). I ragazzi adottati non sono stati guardati negli occhi quando erano piccoli, dunque non hanno “sentito”: “tu sei prezioso, importante, unico”.

Alla domanda: ”perché sono stato abbandonato?”, il bambino ha bisogno di sentire e capire: “tu non hai fatto nulla per causare il tuo abbandono, non è mai colpa del bébé”.

 

10. Identità patchwork

Molti ragazzi adottati sono diversi fisicamente dai compagni “modello base” (colore della pelle, ecc.). Nella comunità bianca sono considerati “neri” e nella comunità nera come “bianchi dentro”. Questo li porta ad una crisi di identità e di appartenenza.

Durante l’adolescenza, i ragazzi adottati vogliono essere come gli altri. È talvolta solo alla fine dell’adolescenza che si interessano alla cultura del loro paese d’origine.

 

11. Ansia nei momenti di passaggio e di cambiamenti

A loro un piccolo cambiamento sembra enorme. Gli stravolgimenti che hanno vissuto e che non hanno nessuna voglia di rivivere sono sempre cominciati con un piccolo cambiamento. I ragazzi adottati hanno bisogno di stabilità. Stabilità di luogo, di persona, di routine e stabilità di punti di riferimento.

 

12. OMNI

È un Oggetto Mancante Non Identificato. “Ho l’impressione che mi manchi qualcosa (vuoto, assenza), ma non so cos’è”.

Solo il ragazzo può colmare questo piccolo buco, questo vuoto. Ed è solo una volta adulto che potrà forse riuscirci (divenendo lui stesso genitore, per esempio). Non basta riannodare con i genitori biologici per colmare questo vuoto che è più profondo.

Occorre prendere in considerazione questo OMNI (empatia), accoglierlo come reale in modo che il ragazzo possa colmarlo: “è normale avere un piccolo OMNI”. “E non è ritrovando la tua mamma biologica, mangiando del cioccolato o facendo shopping che potrai colmarlo”. Non siamo nemmeno noi (genitori adottivi) che lo abbiamo creato; quindi noi non potremo colmarlo.

 

 

Con il tempo queste 12 specificità (= normalità adottiva) si attenuano. L’adozione ha una funzione riparatrice formidabile, ma non deve essere vissuta con l’obiettivo di raggiungere il “modello base”. I figli adottivi porteranno sempre dentro di loro le loro specificità ed è normale che sia così!

 

 

Cosa causa questa “normalità adottiva

 

Sono 5 malnutrizioni:

 

·         alimentare

·         sensoriale

·         affettiva e relazionale

·         cognitiva

·         sociale

 

Malnutrizione alimentare:

Il 40% è nato prematuro o pesava poco alla nascita (malnutrizione in utero).

Bisogna dargli un bicchiere d’acqua ogni ora (il bambino non riconosce i suoi bisogni, non pensa che può mangiare o bere quando ha voglia). Bisogna pensare a fargli fare la pipì ogni tanto (infatti, idem come sopra, non ha coscienza dei suoi bisogni).

 

Malnutrizione sensoriale:

Ogni bambino ha bisogno di stimoli sensoriali (attraverso gli odori, il tatto, l’udito, il gusto, la vista). Per esempio i papà “lanciano in aria” il loro figli (ciò favorisce il legame d’attaccamento = puoi contare su di me, ti riprendo).

Le difficoltà d’apprendimento sono a volte legate alla mancanza di stimoli sensoriali.

 

Malnutrizione affettiva e relazionale:

Il bambino adottato non è mai stato unico per nessuno; ha bisogno di essere meraviglioso per qualcuno. Nessuno gli ha detto che era bello. Occorre “metterlo al mondo”: “benvenuto nel mondo, ti aspettavo, voglio conoscerti”. Sono i genitori adottivi che “mettono al mondo” il bambino: “Sei una persona eccezionale”.

Ma all’inizio il bambino non sa cosa farsene dell’amore. Prima bisogna rispondere ai suoi bisogni primari; il genitore adottivo, all’inizio, è “un’infermiera, un educatore e un custode dello zoo”. La malnutrizione affettiva diventa una malnutrizione relazionale: il bambino conosce solo il legame utilitaristico.

Ci vuole circa un anno a pieno tempo (per almeno un genitore) per colmare le carenze dovute a queste malnutrizioni e familiarizzarsi; tutti gli studi internazionali lo dicono. I bambini adottati si adattano bene all’asilo nido o alla scuola, perché non sono ancora legati ai genitori (ricordo dell’orfanatrofio, nessuna fiducia nei genitori). Bisogna costruire bene il legame d’attaccamento prima di mandare i figli a scuola.

Il bambino non è sicuro di esistere se non è attivo, se non parla.

 

Malnutrizione cognitiva:

Nascondere gli occhi dietro alle mani, poi fare “cucù” aprendo le mani, permette al bambino di realizzare che c’è qualcosa dietro anche se non lo vede.

Il pianto = allarme, inquietudine di chi lo sente. Le grida e i pianti permettono all’adulto di correre dal bambino e al bambino di realizzare il rapporto causa/effetto, di poter constatare che ha un potere su qualcosa, mentre prima non poteva fare nulla (mancanza di risposte: “non sono importante”). Il bambino manca di giochi, canzoni, di preparazione per l’apprendimento, dunque non è pronto ad andare a scuola.

 

Malnutrizione sociale:

L’apprendimento sociale comincia presto nel bébé; con l’osservazione. Invece il bambino adottato:

·         o non ha riferimenti: non ha potuto osservare come funzioni una famiglia (orfanotrofio senza stimoli)

·         o ha riferimenti negativi (maltrattamenti, genitori negligenti).

 

I ragazzi vanno volentieri a scuola perché conoscono la vita in comune e questo li rassicura, ma prima devono conoscere la vita di famiglia (impararne le regole). Poi conoscere i codici sociali e la quotidianità (non c’è nulla di evidente per loro).

 

 

Gli ado(lescenti) ado(ttati)

·         Hanno opzioni supplementari

·         Si situano nella normalità adottiva

·         Sumo? Solo? Velcro?

Sono tre stili di attaccamento

 

Il “solo” (stile di attaccamento evitante): un bambino arriverà nella relazione adottiva con un modello operativo interiore di tipo evitante. Avrà imparato che per sopravvivere è meglio sbrigarsela da solo (“mi risolvo da solo i problemi”, “gli altri sono un inferno”). Sembrerà ignorarci, essere molto o troppo autonomo e avere una relazione molto utilitaristica con noi. Sembrerà senza sentimenti, cioè senza profonde emozioni, e invece interiormente sarà molto sofferente (triste). Il bambino “solo” aspetta che l’altro indovini di cosa ha bisogno (= attitudine del neonato). Confrontato allo stress, si ritira. Un “No” = sono respinto.

 

Il “velcro” (il resistente-ansioso): un bambino che parte con un modello operativo interiore di tipo resistente-ansioso si aggrapperà disperatamente a noi come un bébé koala nella pelliccia della sua mamma. “Perde” a volte il controllo delle sue emozioni: paura, angoscia, crisi di nervi. I bambini “velcro” hanno bisogno di essere rassicurati, sono servizievoli, gentili, ma appiccicosi: molto ansiosi. Da adulti hanno poca stima di se stessi, sindrome dell’impostore[3]. Confrontati allo stress, ti si aggrappano.

 

Il “sumo” (il resistente-ambivalente e, nei casi estremi, il disorganizzato): un bambino che parte con un modello operativo interiore di tipo resistente-ambivalente sarà impulsivo, violento, molto oppositivo, con molte crisi di collera. Manifesterà confusamente i suoi sentimenti con rabbia, violenza verso se stesso e/o gli altri. I ragazzi “sumo” hanno un attaccamento ambivalente, stressato, maldestro. Da adulti vogliono che la gente pensi che sono invulnerabili: se ci allontaniamo, loro si avvicinano; se ci avviciniamo, si allontanano. Confrontati allo stress, “s’incazzano”.

 

Attenzione: ogni stile o tipo di attaccamento può manifestarsi con molte sfumature.

 

 

·         Distaccarsi senza essere totalmente distaccati

Bisogna rendersi conto che il ragazzo è confuso. I genitori devono essere la rete sotto il funambolo. Non bisogna dargli il potere di determinare le nostre emozioni, ha bisogno di genitori saldi (restare saldi malgrado la tempesta):

“non sei mia mamma”

“hai il diritto di non volermi bene oggi (di non sentirti mio figlio), ma non hai il potere di far si che io non ti voglia bene (non puoi cambiare il mio amore per te)”.

L’amore è un regalo che non si può imporre. Bisogna credere al ragazzo, ma non sempre a quello che dice. Sentire ciò che esprime, ma non fermarsi alle parole che utilizza.

 

·         La ribellione su un piatto d’argento

Prima o poi succede. Gli ado adottati non hanno bisogno di cercare delle formule provocatorie come “siete antiquati”; a loro basta dire “non siete i miei veri genitori”. Bisogna rimanere saldi: “non ho paura delle tue emozioni”.

 

·         Lasciare andare i figli verso il mondo adulto senza distruggere tutto.

Per un figlio biologico il legame di sangue non si discute. I figli adottati testano il legame di attaccamento e, maggiorenni, il legame legale (unico legame che unisce genitori e figli): “quando sarò maggiorenne i miei genitori si occuperanno ancora di me?”. Per loro inconsciamente un distacco deve essere qualcosa di negativo (per esempio, la partenza per gli studi): “non hai bisogno di sabotare la nostra relazione, il nostro attaccamento per separarti. Avrai il tuo appartamento; io resto qui per te”.

 

·         I limiti della riparazione

I genitori adottivi devono accettare che non possono riparare tutto. Non si può dire “io voglio che sia felice”; non lo si può imporre. Bisogna lasciar partire il figlio restando disponibili.

 

·         Le 3 P per restare forti

Come genitori bisogna:

1.     prendersi cura di sé (ogni giorno: fare 5 cose per sé e 5 cose per il figlio)

2.     prendersi cura di sé

3.     prendersi cura di sé

 

 

Nota Bene

 

L’attaccamento avviene più velocemente e più facilmente con il papà. E’ normale perché:

1.     Per natura la mamma è il “campo base”. Porta in grembo il figlio, poi lo protegge (assicura la sopravvivenza del bébé). Da parte sua il papà interviene più tardi, quando il figlio è già più grande; il suo ruolo è di portarlo a scoprire il mondo.

Quando il figlio adottivo arriva (di qualche mese o di qualche anno), è già in età di “scoprire il mondo”. Il papà adottivo entra dunque subito nel suo ruolo naturale. Da parte sua la mamma non solo deve fare il “lutto” della maternità, ma le manca anche lo “strumento” d’attaccamento che non ha potuto costruire con il figlio bébé.

 

2.     In più la mamma adottiva si trova di fronte un figlio che ha già conosciuto il fallimento con la sua mamma biologica e che quindi non si fida.

 

Spetta al papà spiegare questa situazione al figlio.


 

[1] Nota dei traduttori: il resoconto della signora Fierz ha mantenuto il linguaggio diretto e vivace della conferenziera canadese, linguaggio che conosciamo anche dai suoi testi. Abbiamo cercato di mantenere questo taglio anche nella traduzione, adattandola, per non perdere l’efficacia e l’immediatezza del testo originale.

[2] la resilienza è la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà (N.d.T., da Wikipedia)

[3] “La sindrome dell'impostore, è un fenomeno psicologico per il quale le persone non sono in grado di interiorizzare i loro successi….”

Queste persone …… “sono convinte di essere impostori e di non meritare i successi ottenuti, nonostante l'evidenza delle loro capacità e competenze.” (N.d.T., da Wikipedia)