Lavorare su noi stessi con l'aiuto di qualcuno di cui ci fidiamo  

 

 

 

"Cammino contro vento

e il vento è lui;

e più cammino contro,

 più lui soffia".

 

 

 

"Come famiglia, ci siamo fatti aiutare. Abbiamo riflettuto, parlato, tentato. Le difficoltà continuano. L’amore c’è".

 

"Negli ultimi tempi si sono sovrapposti due incontri molto importanti per me: uno psicologo e Taransaud".

 

 

 

 

Sappiamo che i nostri figli sono traumatizzati, sappiamo che hanno sofferto e si portano dietro ferite che noi non possiamo nemmeno immaginare. Sappiamo che dobbiamo tener conto di questo.

Io e mio marito lo sappiamo da alcuni anni. Prima, all’inizio, pensavamo come tanti che il nostro amore sarebbe bastato a rimettere a posto tutto; abbiamo constatato che no, non bastava.

Poi abbiamo capito che questi nostri figli hanno qualcosa in comune nelle loro manifestazioni “spettacolari”, abbiamo cercato, chiesto, esplorato in internet; e finalmente trovato i primi libri che descrivevano chiaramente le difficoltà dei nostri ragazzi legate all’abbandono. Da allora non ci siamo più fermati: gruppo di genitori adottivi, conferenze, blog, lavoro di informazione e dunque prevenzione.

Intanto per fortuna la problematica diventa sempre più conosciuta, escono continuamente nuove pubblicazioni sul tema, nascono centri di intervento e di prevenzione, iniziative di accompagnamento a ragazzi e famiglie. Ancora troppo pochi, ma per lo meno l’informazione è arrivata e non si può più ignorarla.

Come famiglia, ci siamo fatti aiutare. Abbiamo riflettuto, parlato, tentato. Le difficoltà continuano. L’amore c’è.

Negli ultimi tempi si sono sovrapposti due incontri molto importanti per me: uno psicologo e Taransaud. http://www.spazioadozioneticino.blogspot.it/2013_04_01_archive.html

Dallo psicologo sono andata per ...... riversargli addosso tutta la mia ansia per il senso di impotenza che ho nei confronti di mio figlio, per non poterlo aiutare, guidare, incoraggiare, influenzare, ecc. ecc.

Volevo realizzare con lo psicologo un progetto concreto e pratico per mio figlio ….. senza mio figlio. Con dolcezza e fermezza, mi ha frenato e mi ha accompagnato nella riflessione sui nostri rapporti, sul mio modo di vederlo.

Nel bel mezzo di questo lavoro, c’è stata la conferenza di Taransaud. A conferma e rinforzo di quanto stavo macinando e digerendo.

Mi sono resa conto che troppe energie di noi genitori di un bambino, poi ragazzo “effervescente” erano state assorbite dal tamponare, ricomporre, anticipare, diluire, bloccare emergenze. Che questo era diventato un modo di essere e di vedere nostro figlio. Che i nostri rapporti erano fortemente influenzati dalla paura di “cos’altro potrà succedere” e dall’ansia di prevenirlo.

Siamo passati da tutte le fasi elencate da Taransaud: abbiamo fatto i gendarmi, abbiamo fatto finta di niente, ci siamo mostrati arresi; negli ultimi anni ci siamo posti come i salvatori.

Una volta nostro figlio ci ha detto: “io per gli assistenti sociali sono solo un problema in più”. Ora mi accorgo che per noi genitori lui stava diventando “colui che porta sempre un problema in più” e quindi da evitare quando si è stanchi, quando si è nervosi, quando non ci sentiamo di essere disponibili. Un figlio a cui far sentire il nostro dolore o la nostra disapprovazione, per fargli capire che sbaglia, che deve cambiare, che deve ascoltare i nostri consigli. Insomma un figlio da salvare perché da solo non ce la fa.

Da solo non ce la fa: è vero, è così. Per ora non riesce a trovare una strada, si perde. Ma il nostro stargli vicino va modificato.

Psicologo e conferenza Taransaud mi hanno aiutato a capire meglio. Mio figlio è un groviglio esplosivo di dolore e il suo comportamento è frutto di questo dolore (e questo lo sapevo già).

E’ il mio atteggiamento che ora è cambiato: sono anni che provo (con ben scarsi risultati) a prevenire o educare o “salvare”. Anni che reagisco con insofferenza o con indifferenza (si fa per dire...) alle sue provocazioni. Anni che gli accollo il peso dei suoi comportamenti, che lo faccio sentire un “mostro” (come dice Taransaud) dicendogli che lui è buono e può cambiare. Che cerco di portare razionalità nel suo caos. Io a lui, ma senza di lui, senza la sua partecipazione reale.

Cammino contro vento e il vento è lui; e più cammino contro, più lui soffia.

Ora ho capito (forse e spero): ora mi siedo accanto, ad ascoltare. Con partecipazione, con empatia. Capisco cose che non ho mai voluto ascoltare fino in fondo, ritenendole senza senso, capricci, manie. Riesco a non calpestare il suo territorio, ma a entrarci con rispetto perché è il suo, anche se è lontano dal mio. Soprattutto ora riesco a sentire profondamente che in ogni suo atto lui cerca rassicurazione; quando la sente, quando si sente accolto, la sua rabbia, la sua aggressività si sciolgono e abbiamo di nuovo un contatto che ci fa andare avanti. E stiamo meglio tutti.

Sembrano cose evidenti. Ma non è così quando si vuole bene e si sta male, quando si è troppo coinvolti, quando si è provato di tutto, ecc. Bisogna probabilmente sentirlo dire da qualcuno che ha già provato quello che stai provando tu o che almeno capisca in che situazione puoi essere.

Non è stato facile scrivere tutto questo. Potrei dare l’impressione – e a volte mi sembra – di aver sbagliato tutto. Ma trovo importante condividere le esperienze e penso che chi sta vivendo una situazione simile mi possa capire bene.

In realtà ho riassunto molto (tutti questi anni difficili) per arrivare all’essenziale: l’apertura, l’ascolto, l’esperienza di Taransaud, la riflessione su quanto ci succede, i tentativi. La necessità di capire e modificare atteggiamenti.

Questi nostri figli hanno diritto di essere aiutati; e nel migliore dei modi. Bisogna cercare la strada per ognuno; e non arrendersi.

Cerchiamo persone formate e capaci di formazione continua, che vogliano partire da una difficoltà per trovare la soluzione giusta per quel momento, per quella persona, per quella famiglia.

Ci vuole informazione e formazione. Chi si occupa di adozione deve saperlo. Le famiglie devono essere accompagnate.