L'ADOZIONE OLTRE CONFINE
L'EMERGENZA PORTA ALLA NASCITA DI UNA ASSOCIAZIONE

 

 

 

Intervento seminario Afaiv
19 maggio 2012
di

Fausta Manini

 

 

 

 

 

Mi chiamo Fausta Manini, sono mamma adottiva di due figli di origine brasiliana che hanno oggi 24 e quasi 26 anni, adottati all’ età di 6 e 8 anni. Sono italiana, abito in provincia di Varese e sono presidente di Spazioadozione Ticino. La mia storia adottiva è iniziata in Svizzera, dove mio marito ed io abbiamo vissuto per quasi 30 anni.

 

La nostra preparazione all’adozione è stata molto carente: 18 anni fa, quando abbiamo avuto la fortuna di conoscere i nostri due figli, non ne eravamo coscienti, eravamo solo felici! Purtroppo nessuno ci ha informati che prima di educare i nostri figli avremmo dovuto curare le loro e le nostre ferite.

 

Spazioadozione nasce a Lugano nel 2007 come gruppo di auto-mutuo-aiuto di famiglie adottive in grande difficoltà, con figli ormai grandi (dai 16 ai 20 anni). In comune il bisogno, l’urgenza di raccontare la propria storia, per andare oltre la fase della colpevolizzazione (“dove abbiamo sbagliato?”); di dare voce alle tante famiglie in difficoltà, che scelgono il silenzio e si autoescludono dalla società; di elaborare, insieme ad altri genitori disposti a non perdere la speranza, strategie di sostegno per aiutarci ad aiutare i nostri figli. Alcuni fuori casa da anni, passati da un foyer all’altro, da un educatore all’altro, da uno psicologo all’altro; altri fuggiti all’improvviso sbattendo la porta… senza essere riusciti a parlarci dei fantasmi che agitano la loro vita; altri, ancora alle prese con programmi di recupero, in bilico tra riuscita e nuova rinuncia.

 

E’ difficile parlare delle proprie difficoltà, tutelando il diritto alla riservatezza dei figli, soprattutto in un ambiente piccolo come il Ticino. D’altra parte, proprio la limitata estensione del territorio renderebbe possibile monitorare, se solo ci fosse la volontà, l’intero percorso adottivo dei ragazzi: dal loro ingresso in Svizzera all’età adulta. I ragazzi in seria difficoltà sono sotto gli occhi di tutti e le strutture presenti sul territorio non sono sufficientemente preparate ad un vero lavoro di sostegno e di recupero.

 

Tante le domande:

- perché alcuni dei nostri figli fanno delle “scelte” che rovinano loro la vita?

- perché non riescono a valutare le conseguenze delle azioni?

- perché sembrano non riuscire ad imparare dagli errori?

- perché quando dicono di aver fatto un programma sono solo riusciti a prendere atto della situazione presente?

- perché quando sono prossimi ad ottenere un risultato, si fermano, come se il successo facesse loro paura?

- perché per farcela (a scuola e sul lavoro) devono mettere in campo una quantità immensa di energia?

 

Grazie ad un intenso e costante scambio di informazioni, di letture, di ore e ore passate su internet - è lì che abbiamo conosciuto Newton Verrier, Johanne Lemieux, Marie-Josée Lambert, Caroline Archer, Jean-Francois Chicoine, ma anche formidabili donne, come la psichiatra Firenze Clothier, che nel 1943, a proposito dei figli adottivi, già parlava di “perdita del filo della continuità famigliare”, di “trauma”, di problemi dell’ “attaccamento”, di “ansia”, di “tensioni”, di “come i nostri figli vivono combattendo”, concetti che a distanza di 70 anni facciamo ancora fatica a far accettare - ci accorgiamo oggi di essere cambiati, di tollerare meglio le frustrazioni, di porci in modo diverso, indubbiamente più consapevole, di fronte alle richieste e ai comportamenti dei nostri figli: abbiamo imparato a dare un senso ai loro comportamenti.

 

Abbiamo imparato a fare i conti con il gioco dello specchio: capire che i nostri figli si guardano e ci guardano attraverso uno specchio che deforma le loro percezioni. Lo specchio è la metafora degli occhi della mamma di nascita (che “non sempre si accendono” guardando il bambino), attraverso i quali hanno incominciato a conoscere il mondo e a conoscere loro stessi. Le esperienze precoci di accudimento disorganizzato, la mancanza di una guida sicura e l’abbandono li ha convinti di essere indegni di stima, amore, attenzione. Benché ora vivano in una situazione totalmente diversa rispetto al passato, le loro reazioni sono rimaste le stesse. Il nostro affetto spesso li spaventa, perché del tutto sconosciuto e le nostre offerte di aiuto vengono sdegnosamente rifiutate, perché lette come un nostro ripetuto tentativo di guidare la loro vita. Nei loro pensieri i bambini e i ragazzi, che soffrono e che fanno soffrire, credono spesso che i loro genitori adottivi siano la causa di tutti i loro problemi. Sono comportamenti che facciamo fatica a capire e che facilmente giudichiamo illogici, distorti, caotici ma che riflettono un modo diverso di leggere la realtà e di pensare. Il problema sta nella comunicazione: ognuno di noi è convinto che il suo modo di comunicare sia quello giusto. Se questi meccanismi si consolidano si finisce per avere l’impressione di vivere in due mondi paralleli.

 

Ecco la necessità di arrivare ad un linguaggio comune, attraverso un lungo lavoro di osservazione e di riflessione sui reciproci comportamenti. “Cosa ci vuol dire/cosa vogliamo dirgli comportandoci così?” E’ molto importante prendersi il tempo per ascoltare e ascoltarsi.

 

Capita, invece, di essere presi dalla frenesia del fare, se i bambini sono già grandi: ecco che tutto viene programmato per recuperare un ritardo, ad esempio a scuola, non sapendo che senza una buona base di sicurezza, che richiede tanto tempo, i bambini non possono imparare.

 

Abbiamo capito che bisogna essere amorevoli, empatici ma vigili e solidi come una roccia: in particolare con i bambini adottati già grandi, abilissimi nell’individuare i nostri punti deboli, che vorremmo disperatamente poter nascondere anche a noi stessi. Poche regole, semplici e soprattutto non negoziabili.

 

Rimane, infine, sempre lo scarto tra comprendere un comportamento e viverlo sulla propria pelle! Occorre conoscere per tempo qualche piccolo trucchetto per gestire le situazioni critiche da subito, senza lasciarsi sopraffare dall’emotività. A volte basta dire al proprio figlio – questo consiglio mi è stato suggerito da una mamma giovane con un figlio preadolescente - “capisco che stai per avere una crisi, respira con calma, io sono qua”; altre volte, sono gli stessi nostri figli, ormai adulti, che ci aprono il loro cuore e ci spiegano come avremmo allora dovuto aiutarli.

 

So bene che per molti di noi, e di voi, è difficile restare calmi di fronte alla valanga di rabbia, risentimento e dolore che alcuni nostri figli, i più feriti, ci scaraventano addosso in momenti diversi della loro vita, quelli di massima disperazione, per poter tirare un po’ il fiato... E’ per questo che insistiamo sulla necessità di poter contare sull’aiuto di professionisti preparati, che sanno di cosa stiamo parlando. Da qualche anno anche in Ticino le cose si stanno muovendo e ci piace pensare di aver dato, anche noi, un piccolo contributo.

 

I nostri figli, come tutti gli adottati, sono dei “sopravvissuti”: il termine è di Johanne Lemieux, assistente sociale, psicoterapeuta canadese specializzata in adozione. E’ un termine a mio avviso azzeccato perché è indicativo non solo del loro vissuto traumatico ma anche delle loro sorprendenti capacità di recupero. Non dimentichiamolo mai! Soprattutto quando i nostri figli si espongono a grossi rischi, mettendo in serio pericolo la loro vita: sopravviveranno anche questa volta.

 

Per quanto riguarda il passato preadottivo, affrontare il tema dell’abbandono è difficile perché evoca paure antiche, ataviche, quelle delle fiabe della nostra infanzia. Spesso sono i compagni di gioco a chiedere ai nostri figli “perché i tuoi genitori ti hanno abbandonato?”.

E’ una domanda crudele che viene posta non certo perché i bambini sono cattivi: sono solo spaventati dall’idea che anche i loro genitori possano, in un domani, lasciarli soli….

 

La grande illusione, l’errato convincimento, sta proprio nel pensare che si possa mettere da parte tutto il passato e giocare al “fare finta che”. Questo gioco è molto popolare: da parte delle famiglie è soprattutto una forma estrema di difesa, “il timore di conoscere la verità”, ma da parte degli operatori è un segno di grave ignoranza, di irresponsabilità, soprattutto quando volontariamente decidono di tacere alcune informazioni per “il bene del bambino” o per “non allarmare troppo i genitori”. Non capiscono il danno che ci fanno e il rischio a cui espongono tutta la famiglia.

 

Per quanto riguarda le sorprendenti capacità di recupero, l’importante non è solo crederci ma sapere cosa fare. Non bisogna essere genitori speciali, maestri speciali, terapeuti speciali, occorre solo “essere ben informati”, avere una preparazione specifica, sapere che ce la possiamo fare, che ci sono gli strumenti per intervenire, che occorre muoversi subito e che ci vorrà molto tempo.

 

Noi genitori abbiamo bisogno di consigli pratici, di trucchi, di strategie per cambiare il modo di relazionarci con i nostri figli; è per questo che ci piacciono i libri che ci danno indicazioni su cosa fare, che parlano dei nostri problemi quotidiani. Non per nulla gli autori di questi testi, la maggioranza donne, sono mamme adottive, che hanno vissuto sulla loro pelle, le situazioni che raccontano, con in più una preparazione professionale di prim’ordine.

 

Capire è il primo passo. Poi occorre far conoscere alle famiglie, agli insegnanti, alle assistenti sociali, ai medici, ai terapeuti e… ai giudici (perché i percorsi dei figli non sono sempre lineari) “come funzionano” i nostri figli. Infine l’ ultima tappa, senz’ altro la più difficile ma molto stimolante, diventare operativi. Noi ci stiamo provando.

 

Oggi lavoriamo su due temi cruciali: la scuola e il lavoro, a cui abbiamo dedicato la nostra giornata-studio, organizzata a Breganzona nel febbraio 2010 (gli atti sono disponibili sul nostro sito). Come ricorderà chi ci ha seguito, in particolare gli amici dell’Afaiv, abbiamo raccontato l’esperienza di una coppia di nostri soci (dal marzo dell’anno scorso siamo diventati un’associazione!) che hanno deciso di offrire un’opportunità lavorativa ad una ragazza di 18 anni, in grave difficoltà dopo aver terminato la scuola media. E’ nostra intenzione ampliare questa esperienza, coinvolgendo i datori di lavoro e i servizi presenti sul territorio.

 

Per quanto riguarda la scuola, abbiamo alcuni mesi fa preso contatto con il capo del DECS (Dipartimento dell’Educazione, Cultura e Sport) per avviare un progetto di sensibilizzazione nelle scuole (di ogni ordine e grado) sulle difficoltà d’apprendimento, legate alla mancanza di sicurezza dei nostri figli.

Abbiamo pensiamo ad una formazione mirata degli insegnanti con funzioni specifiche (di coordinamento, di relazione scuola-famiglia, di sostegno), dei direttori e degli esperti della didattica. L’obiettivo è quello di una formazione mirata per far sapere poi, in seconda battuta, a tutti gli insegnanti che hanno in classe un figlio adottivo, che hanno bisogno di un aiuto e che non devono pensare di potercela fare da soli. Prima di poter apprendere (parlo non di riproduzione, imitazione di quello che fanno i compagni, ma del piacere della scoperta) i nostri figli hanno bisogno di sentirsi “in sicurezza” e occorre tempo per curare i postumi neurologici dei traumi precoci e bisogna sapere come intervenire.

 

E i nostri figli ? Come reagiscono al nostro impegno? Decisamente bene! C’è chi ci dà una mano (parlo dei ragazzi che sono qui oggi) e chi ci segue un po’ più da lontano: i nostri figli più feriti, all’inizio preoccupati (“ma cosa ti viene in mente?”,”perché ti fai i fatti miei?”) e poi, un po’ alla volta, rincuorati (“si occupa di me”…”mi pensa”…). La paura di essere dimenticati è sempre presente, anche in chi se n’è andato sbattendo la porta.

 

I nostri figli sono la nostra ragione di vita. Hanno grandi abilità… tra cui costringerci a fare i conti con alcuni aspetti del nostro carattere che preferiremmo poter ignorare; ci permettono “di finire di crescere” e di questo li ringraziamo.