Le nostre difficoltà: gestire le emozioni

 

 

Mantenere la serenità e la calma di fronte ai comportamenti apparentemente incomprensibili dei nostri figli è un’impresa titanica. Le loro intemperanze, i loro eccessi, l’incapacità di darsi un limite –come se dovessero profondare nell’abisso per poter risorgere- ci lasciano ancora senza parole.

 

                                                 Figli piccoli, problemi piccoli.

 

“Mio figlio, all’età di 10 anni, in attesa di sedersi a tavola, diventava improvvisamente litigioso e provocatorio nei miei confronti e del fratello più piccolo e si sfogava con tutto quello che gli capitava tra le mani. C’è voluto del bello e del buono, e tanti piatti rotti, per capire che si trattava di fame, la stessa fame tanto patita nella primissima infanzia (prima dell’adozione gli era stata diagnosticata una grave forma di malnutrizione). Il fatto è che a dieci anni non riusciva ancora a dire -ho fame-, era incapace di dare un nome al suo malessere. L’attesa di pochi minuti diventava una vera e propria tortura per lui e per noi. È bastato fargli trovare una ciotolina di carote, da sgranocchiare subito, per tenerlo calmo”.

 

Le carote sono state un’ottima risposta, perché hanno permesso alla mamma di gestire la situazione senza innescare, ogni volta, la miccia del confronto-scontro secondo il rituale classico, che avrebbe sortito l’effetto contrario.

 

“Quando partivo in macchina per le vacanze, da sola con i miei figli -racconta un’altra mamma- inevitabilmente mi trovavo costretta, a circa un terzo del viaggio, ad accostare l’auto in preda ad una vera e propria crisi di nervi, per l’ incapacità di porre fine al trambusto che si era creato sul sedile posteriore. Solo dopo una grande urlata potevamo ripartire. Ma la volta successiva scattavano le stesse dinamiche. Ho provato di tutto: canzoni, indovinelli, barzellette, ma la tensione aumentava invece di sciogliersi”.

 

In questo caso la mamma non riesce a capire il perché del comportamento dei figli. L’incapacità di dare un nome alle loro emozioni (“partire è un po’ morire”, recita un noto proverbio, e forse non è da escludere che questa partenza, che coinvolgeva solo una parte della famiglia, poteva preoccupare e disorientare i bambini) e la sensazione di non essere in grado di controllare la situazione (è una mamma che esige molto da sé e dai figli), la fanno sentire inadeguata; l’urlo è la risposta istintiva, immediata, liberatoria.

Questo comportamento, che sembra nell’immediato sortire gli effetti sperati, peggiora, invece, la situazione e rinforza nei figli la sensazione di non capire cosa stia succedendo. Non vengono capiti ma devono restare tranquilli: è questo che pretende la mamma.

 

                                                 Imparare a controllare le nostre emozioni

 

Per insegnare ai figli a gestire le emozioni abbiamo bisogno innanzitutto di lavorare su noi stessi. Imparare a tollerare le frustrazioni, essere meno rigidi, gestire i conflitti nella prospettiva di un cambiamento. Un lungo lavoro di ascolto, confronto e sostegno dentro e fuori la famiglia, che ci aiuta ad essere più sicuri, a gestire con la necessaria calma i momenti in cui i nostri ragazzi, per rendere tollerabile il loro dolore, ci scaricano addosso una dose massiccia di emozioni, di pensieri e di comportamenti negativi che sembrano toglierci il fiato e paralizzarci o innescare una vera e propria crisi di nervi. Non sempre riusciamo a reggere l’onda d’urto e perdiamo il controllo.

 

Semplificando un po’ le cose, spieghiamo che con “identificazione proiettiva” si intende proprio quel meccanismo con il quale i nostri figli, incapaci di gestire le emozioni, ci buttano addosso tutto il loro grande carico di ansia e di dolore nella speranza di stare meglio. A questo punto tutto dipende da noi: se siamo sufficientemente forti da mantenere la calma e accettare (non giustificare!) le loro emozioni, restare in ascolto, lasciare decantare la rabbia e dopo favorire il dialogo, possiamo essere loro di grande aiuto. In caso contrario, la nostra incapacità di gestire i loro (divenuti nostri) sentimenti, ne conferma la forza distruttiva.

 

“L’identification projective est un mécanisme de défense, c’ést-à-dire que celui qui l’utilise n’est pas conscient. Il n’ya pas d’intention, seulement un besoin inconscient de se défendre contre un danger ou une souffrance. Quand un adopté l’utilise, la plus calme des mères adoptives peut de mettre à tempêter et à délirer

comme si elle était possedé par des démons”. Nancy Newton Verrier, Renouer avec soi. L’enfant adopté devenu adulte, p.459

 

Capire questi meccanismi è fondamentale perché ci permette di curare la nostra sofferenza e la loro.

 

 

                                                 Figli grandi, problemi grandi

 

Nei ragazzi adulti il disagio psicologico assume forme più gravi. I genitori devono essere molto attrezzati per reggere la situazione.

Un ragazzo di vent’anni viene lasciato dalla innamorata... prima o poi capita a tutti. Dopo un po’ si supera, fa parte della vita. Ma quando arriva il poi?

  

“Quello che mi ha stupito e disorientato –dice una mamma- è stata la sua incapacità di prendere atto che un legame possa finire. Sapevo che questa esperienza non sarebbe stata indolore, perché avrebbe riaperto una ferita ben più grave (Nancy Newton Verrier, La ferita primaria. Comprendere il bambino adottato libri letti insieme) ma non pensavo che potesse avere un impatto così violento e distruttivo, anche perché di questa eventualità se ne era parlato diffusamente in famiglia. Ogni nostro tentativo di aiutarlo a mettere a fuoco il problema veniva irriso o respinto con veemenza, perché esemplificativo della nostra incapacità di capire. Era un po’ come se lui avesse davanti agli occhi la sua vita fatta a pezzi, senza essere più in grado di ricomporre il puzle (e sì che da piccolo era un vero e proprio mago in questo gioco!): un caos di frammenti e di emozioni in movimento, con lui al centro.. Nulla aveva più senso e diventava sempre più forte il desiderio di lasciarsi andare. Almeno così io vedevo mio figlio. Dal momento che questo chiudersi in un mondo tutto suo, completamente avulso dalla realtà, è durato mesi, ho avuto tempo di arrabbiarmi e di riflettere. Mi è venuto improvvisamente in mente Filippo, il bambino che dice alla psicologa, suscitando il suo stupore, -è che non capisco il concetto- Adozione e apprendimento scolastico. Ho pensato che anche mio figlio in quel momento non riuscisse a capire il concetto: -come è possibile che una ragazza che ti ha amato per oltre tre anni non ti ami più?- e anche in questo caso il non capire il concetto, gli impediva di capire le nostre parole che giudicava prive di senso”.

 

Molti ragazzi adottati vivono la rottura di un legame d’amore o di amicizia come un vero e proprio travaglio, che può arrivare a delle manifestazioni al limite del delirio. È chiaro che i nostri margini di intervento sono limitati e d’altra parte è utile che siano loro a trovare la strada per recuperare un nuovo equilibrio. E allora che fare? “Calma e gesso” -dice mio marito- e per chi non sapesse il significato di questa espressione, eccolo: nel gioco del bigliardo per effettuare un tiro particolarmente difficile occorrono due cose: la calma e il gesso sulla stecca.